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Vorrei parlarti ancora, Ginevra,
come si parla al mattino
prima che il giorno diventi fatica.
Dirti le cose piccole,
quelle che non salvano il mondo
ma tengono insieme il cuore:
che il cielo oggi ha il tuo stesso azzurro,
che un passero si è posato sul balcone
con l’aria leggera che avevi tu.
Vorrei chiamarti senza tremare,
senza che il tuo nome
mi si rompa tra i denti
come vetro sottile.
Ti cerco nei corridoi della casa,
nell’ombra corta del pomeriggio,
nel silenzio che cade la sera
quando tutto rallenta
e il dolore parla più forte.
Non sei più dove ti tocco,
ma sei dove respiro.
Sei nel gesto con cui apro le finestre,
nel modo in cui piego una coperta,
nella luce che resta accesa
anche quando non serve.
Figlia mia,
non c’è giorno che non ti attraversi.
Non c’è notte che non ti custodisca.
E se esiste un luogo
dove il tempo non ferisce,
sappi che ti penso lì
intera, luminosa,
come la prima volta che ti ho tenuta
e il mondo, per un istante,
ha smesso di farmi paura.
Vorrei parlarti ancora, Ginevra.
Allora resto qui,
a dirti piano che ti amo,
finché l’aria lo porterà
dove sei.